Valentina Ciuffi

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Valentina Ciuffi
Milan   Italia

Il parco dei parchi: Superkilen di Copenhagen


Un collage di storie e realtà urbane da tutto il mondo: la risposta di BIG-Bjarke Ingels Group, Topotek1 e Superflex al quartiere più multiculturale di Copenhagen
 

Il parco dei parchi: Superkilen di Copenhagen
Superkilen sta prendendo forma lontano da forme di political correct. Qui sopra, il parco della piazza rossa

Tutto, attorno all’architetto danese Bjarke Ingels, suona lontano da un approccio minimale e incline
alla sottrazione: il nome del suo studio, BIG, quello di un suo progetto, nello specifico Superkilen(1), il motto “Yes is more”, rilettura della storica frase di Mies van der Rohe, e ancora il suo modo di muoversi, lavorare, esprimersi.

Eccesso, saturazione, congestione: queste parole tornano spesso anche mentre racconta di Superkilen, un parco urbano che si prepara a esplodere di simboli e di colore nel centro di Copenhagen, nonché un esperimento a coinvolgerne direttamente gli abitanti.

Nato in risposta a un bando indetto dal Comune e dall’associazione Realdania(2) per l’area di Nørrebro, il progetto è frutto della collaborazione tra BIG, i paesaggisti di Topotek1 e gli artisti visivi di Superflex. Alla richiesta di realizzare un parco cittadino che favorisse l’integrazione nel quartiere più multi-culturale di tutta la Danimarca – e periodicamente teatro di episodi violenti – i tre progettisti hanno reagito con l’idea di traslocare qui storie e realtà urbane provenienti da tutto il pianeta. Attraverso i giornali, la radio, Internet, caselle postali elettroniche o installate nel sito, hanno chiesto agli abitanti di suggerire oggetti di arredo urbano per il futuro Superkilen: ciascuna delle 57 comunità etniche di Nørrebro doveva essere rappresentata nel parco almeno da un oggetto.

Il parco dei parchi: Superkilen di Copenhagen

Il parco dei parchi: Superkilen di Copenhagen
Il muro della casa da cui parte lo scivolo di cemento, così come lo scivolo, saranno presto ricoperti di rosso: il parco sembrerà scendere dalla casa, e gli skater che già affollano il cantiere durante la notte avranno una nuova, originalissima, rampa

“Se la società occidentale talvolta proibisce agli immigrati di indossare quel che vorrebbero – dice Martin Rein-Cano di Topotek1 – il divieto è ancora più netto quando si tratta di lasciar passare i loro ‘oggetti’, piccoli o grandi. Penso al burqa, ai minareti, alle tante altre cose proibite in molte parti di Europa. Ma integrarsi significa anche poter ‘tradurre’ il proprio ambiente di origine nel posto dove si sceglie di vivere. E in questo processo contro l’assimilazione, la possibilità di portare ‘pezzi’ della propria cultura è centrale”. È l’accumularsi di questi “pezzi” sulla scena di Superkilen che affascina Bjarke Ingels, a lui interessa l’intersecarsi dei simboli, la loro interazione, anche qui vale il suo motto, “Yes is more”. Gli piace l’idea di aver potuto dire di “sì” a molte delle proposte arrivate, sulla base di un progetto che non teme l’affollamento e la sovrapposizione. Gli piace l’idea che i “no” siano stati detti secondo criteri distanti dal politically correct e da ogni forma di “cortesia” sociale.

Il parco dei parchi: Superkilen di Copenhagen

“Non vado a mangiare cinese per essere gentile con i cinesi, per fargli piacere, ci vado perché il loro cibo incontra i miei desideri e i miei bisogni. Gli oggetti di Superkilen, pur nel rispetto della regola che ogni ‘paese’ doveva essere rappresentato, sono stati scelti soprattutto in ragione della loro funzionalità, della loro efficacia”. E qui il leader di BIG tira fuori uno dei suoi cavalli di battaglia, quello che meno ti aspetti di sentir spuntare mentre si parla di integrazione sociale e multi-culturalismo: è la teoria evoluzionistica di Darwin, quasi sempre sullo sfondo dei suoi progetti e del suo pensiero sull’architettura. “Di tutti gli oggetti proposti – spiega – ‘sopravvivono’, restano sulla scena di Superkilen, i migliori, quelli che funzionano meglio, e il successo della selezione finale deriva anche dalla grande quantità e dalla varietà che caratterizza il bacino di partenza”. Poi continua: “Sarebbe ridicolo credere che i danesi abbiano inventato i migliori portabiciclette, ma anche le migliori panchine, le fontane più belle, i lampioni più luminosi... È molto più logico pensare che pescando qua e là nelle pieghe del pianeta vengano fuori, in base alle diverse abitudini e specializzazioni, oggetti più mirati e riusciti”. Vorrebbe fossero questi a popolare il parco, dove il “Super” nel titolo del progetto – e se ne accorge chiacchierando con noi – racconta il tentativo di radunare nei 30 mila metri quadrati del sito danese il meglio del mondo, in fatto di paesaggio urbano. “Pensandoci potrei immaginare anche una Super-città creata con questi criteri, una di quelle che oggi crescono velocemente, in Asia ad esempio...?! Potrebbe raccogliere in un insieme un po’ assurdo ma fenomenale i canali di Amsterdam, i viali alberati di Berlino, le piste ciclabili della Danimarca...il pezzo migliore di tutte le città della terra...”

Il parco dei parchi: Superkilen di Copenhagen

Se, di primo acchito, il passaggio repentino alla teoria dell’evoluzione lascia un po’ perplessi, se il viaggio di Bjarke verso questa visionaria città-meraviglia spiazza, pensandoci, tutto è riconducibile a un punto su cui l’architetto insiste da tempo, progetto dopo progetto, inneggiando a una sostenibilità edonistica che, nel caso specifico, si trasforma in un’edonistica rilettura dell’integrazione sociale. Cambiano le ragioni per tentare di realizzarla: “Non perché si deve, non perché è corretto, ma perché è utile, conviene, produce piacere e bellezza”.

E su questo punto gli altri due autori, che talvolta guardano al progetto da prospettive un po’ differenti, sono pienamente d’accordo: per Martin Rein-Cano di Topotek1, Superkilen parla di integrazione sociale approdando a un risultato giocoso e sexy che esalta le differenze presenti nel quartiere rispecchiandone il potenziale inesauribile; secondo Jakob Fenger di Superflex, il parco cresce sempre più evidentemente di una bellezza estrema, un po’ folle, frutto dell’energia dirompente che è già nell’incontro tra le diverse realtà coinvolte. Ciò che è in genere considerato complesso, problematico, diventa una risorsa cui attingere.

Il parco dei parchi: Superkilen di Copenhagen
Pigmenti utilizzati per colorare le tre zone

È invece rispetto al discorso estetico (e al modo della sua costruzione) che lo sguardo dei tre progettisti sembra divergere leggermente: se da una parte BIG e Superflex – l’uno in nome del criterio principe della funzionalità, l’altro in nome di una passione coltivata negli anni per un’estetica rovinata e fuori controllo – si dichiarano pronti a veder esplodere il parco in ogni direzione formale, la più inaspettata, Topotek1 ha un approccio diverso. Vede in Superkilen una sorta di up-date dei parchi romantici del passato: l’effetto sorpresa che nell’Ottocento si poteva ottenere importando una pagoda a Parigi piuttosto che ricostruendo rovine greche nelle campagne inglesi, sulla scena contemporanea di una società viaggiatrice e globalizzata, può essere prodotto solo con nuovi meccanismi, nuovi segni. Superkilen ne mette in campo alcuni, lavorando soprattutto su certi elementi, eccezionali nel coro degli oggetti: si tratta di insegne e cartelloni pubblicitari che per la maggior parte sono stati riprodotti dai progettisti, ricalcati da originali cinesi, piuttosto che statunitensi o russi, con precisione scandinava e per questo in qualche modo tradotti nei termini della loro nuova collocazione geografica e culturale. Sono queste le traduzioni, le traslazioni che interessano Martin Rein-Cano: combinandole insolitamente, spera di riuscire a far sentire a chi vivrà il parco una nuova forma di diversità, complessa, ibridata. Una diversità che è ovunque ma rischia di soffocare nel desiderio diffuso di scenari uniformi e appiattiti, e per questo ha bisogno di spazi per essere vista davvero, apprezzata. Le insegne pubblicitarie, alberi parlanti del XXI secolo, orchestrati assieme ai cedri del Libano o ai Ginko Biloba, lavorano attraverso accostamenti improbabili, per costruire giardini delle meraviglie aggiornati che appaiano sorprendenti anche agli occhi svezzati e disillusi dei contemporanei, che siano capaci di invitarli alla possibilità di una storia, tra le tante che abitano Superkilen.

Il parco dei parchi: Superkilen di Copenhagen

Il parco dei parchi: Superkilen di Copenhagen
Un polipo-scivolo dal Giappone, porta biciclette arcobaleno dalla Finlandia, dissuasori da marciapiede ghanesi, panchine con pubblicità annessa dal Brasile: sono solo alcuni degli oggetti già installati nel parco

È Superflex a insistere sull’importanza di far risuonare queste storie. Se l’aspetto insolito di molti degli oggetti sarà in sé trampolino di lancio per cominciare a immaginare, la fantasia dei loro utilizzatori sarà in altro modo sollecitata da parole scritte sul terreno e su placche di metallo posizionate accanto a ogni item. Uno scivolo ucraino a forma d’elefante, il cui aspetto atipico è già un racconto in sé, sarà per esempio descritto dal vocabolo danese Rutsjebane, e poi da quello ucraino Гiрка. Un oggetto proveniente dal Sudafrica sarà nominato in danese, ma poi anche nelle undici lingue ufficiali del paese di provenienza. E se la stratificazione di senso, la quantità di storie sottese e possibili può essere avvertita anche solo a partire dallo spazio tra questi segni linguistici, piccoli aneddoti curati dai progettisti varranno ad amplificarla. “Può esseredivertente sapere che gli ucraini usano la stessa parola per indicare tanto lo scivolo quanto il ‘grappino’ e che i Giapponesi, per montare il loro scivolo, stavolta a forma di piovra, sono venuti in 15; ma per queste forme di lettura guidata non prevediamo un supporto che le imponga nel parco, piuttosto un’applicazione che viaggi sugli smart phones di quelli interessati ad approfondire”, spiega Jakob.

Ed è proprio nell’intreccio delle storie che i tre progettisti si incontrano ancora, definitivamente, a proposito della libertà che si sono concessi nell’associarle, accostando simboli e significati potenzialmente stridenti.

Il parco dei parchi: Superkilen di Copenhagen

“Non avremmo impostato così il progetto se avessimo temuto il generarsi di situazioni complicate” – dice Ingels. “Nulla ci vietava di proporre un percorso disegnato con equilibrio, scandito da segni il più possibile neutrali e “inoffensivi”. Superkilen è un esperimento di tutt’altra natura: non ci spaventava far crescere una foresta di simboli un po’ incontrollata, di sicuro volevamo mettere in campo un tripudio di stimoli”. Gli sembra inevitabile che chiamando in causa tante culture e nazionalità diverse, le une reagiscano alle altre, in modo più o meno prevedibile. “Per rappresentare Israele, ad esempio, abbiamo scelto un tombino in ghisa: visti gli alti numeri dellacomunità musulmana nel quartiere, ci voleva un oggetto robusto, capace di resistere a possibili reazioni violente”. Poi ci sarà un gazebo per danzare che arriva dagli Stati Uniti, o ancora della sabbia proveniente dalla Palestina, un pezzo di terra. “Ci saranno una serie di cose ad alta densità di significato, simbolico e affettivo – continua Ingels – che scegliamo di disporre innanzitutto in base alla loro funzione, perché non ci preoccupa far risuonare, tutta e tanta, la diversità che talvolta troppo nascostamente abita questo incrocio di strade nordiche: confidiamo nella sua forza più che nella sua eventuale pericolosità”.

Così la superficie di Superkilen inizia a farsi fitta di oggetti, suddivisa in tre aree e tre colori: una zona dedicata alle attività sportive, rossa; un vero e proprio parco giochi, erboso, verde; uno spazio riservato al mercato alimentare o ai pic-nic autorganizzati, nero. Sui tre “fondali”, che si stendono il più possibile neutrali nei loro asfalti colorati con tanto di vegetazione intonata 3, comincia a stagliarsi un disegno osato e vibrante, ma a suo modo armonioso. Nella migliore delle ipotesi questa armonia era già nelle cose e Superkilen ne è lo specchio, o meglio un ritratto a tinte volutamente sparate, un modo efficace di renderla leggibile, e far sì che venga vissuta davvero.

Il parco dei parchi: Superkilen di Copenhagen
Veduta notturna della piazza rossa. Insegne pubblicitarie riprodotte su modelli provenienti da tutto il mondo si trasformano in atipici lampioni per il parco

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(1) Difficile tradurre in italiano la parola danese “kilen”. Per avere un’idea dell’oggetto cui riferisce si può pensare a un fermaporta o al cuneo con cui ci si aiuta a spezzare un tronco se si utilizza un martello. Di sicuro Superkilen riferisce anche alla volontà che il parco possa incunearsi tra le tante realtà culturali di Nørrebro, dirompente, capace di aprire uno spazio inedito.

(2) Realdania è una fondazione danese con l’obiettivo di finanziare o supportare progetti di architettura che migliorino l’ambiente urbano in termini di estetica e vivibilità (www.realdania.dk).

(3) Anche la vegetazione rispetta la suddivisione in colori del parco. Per la piazza rossa, ad esempio, sono stati scelti degli Acer platanoides “Royal Red”, alberi dal fogliame rossastro.

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BIG–Bjarke Ingels Group, fondato a Copenhagen nel 2006, è uno studio internazionale di architetti e designer. Lo studio è attualmente impegnato nello sviluppo di numerosi progetti in Europa, Nord America e Asia. Un nuovo quartier generale aprirà in questi giorni a New York.

Superflex: Collettivo di artisti fondato da Jakob Fenger, Rasmus Nielsen e Bjørnstjerne Reuter Christiansen e attivo dal 1993 tra Copenhagen e il Brasile. Alla base della loro pratica artistica la volontà di approntare strumenti capaci di sovvertire regole economiche e sociali.

Topotek1: È uno studio di architettura del paesaggio specializzato nella progettazione e nella costruzione di spazi aperti urbani unici. Fondato nel 1996 da Martin Rein-Cano, ha sede a Berlino. La lista dei progetti spazia dai piani generali su vasta scala al giardino privato.

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L'articolo è apparso su Abitare, n. 516
Foto di Maria da Schio

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